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Ad ottobre, Crociere MSC sulla Rotta dei Fenici

 

 


 

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Sicilia
 

Marsala                   

Castellammare del Golfo

Castelvetrano

Erice

Santa Flavia

Pantelleria

Favignana-Isole Egadi

Palermo

Trapani


 

Come in altre aree del Mediterraneo, l’espansione fenicia in Sicilia è stata preceduta da una sporadica frequentazione, che non va intesa come un graduale tentativo di conquista di nuovi spazi ma come la creazione di una rete di punti d’appoggio e di scambio lungo le principali rotte di navigazione e per tutto il territorio siciliano. Questa fase di precolonizzazione, collocabile fra l’XI e il IX sec. a.C. è testimoniata dal ritrovamento di materiali e influenze culturali pure nel settore centro-orientale dell’isola. In particolare sono stati ritrovati oggetti in avorio e vetro e altri oggetti tipici del commercio fenicio a Thapsos, Siracusa, Caltagirone. La presenza di questi materiali, per lo più di provenienza orientale, riflette un commercio di lusso di cui i Fenici erano gli intermediari e conferma una frequentazione fenicia di tutta l’isola precedente all’arrivo dei colonizzatori greci. Un celebre passo di Tucidide ci racconta che i Fenici abitavano gran parte delle coste della Sicilia avendo occupato i promontori sul mare e le isolette vicine per facilitare i commerci con i Siculi. All’arrivo dei Greci si ritirarono a Mozia, Solunto e Palermo poiché queste località si trovavano vicine agli Elimi, loro confederati e poiché, da quel punto Cartagine distava dalla Sicilia solo poche ore di navigazione.

In effetti la fondazione di sedi stabili da parte dei Fenici non antecedenti all’VIII sec. a.C. interessò esclusivamente la parte occidentale dell’isola dove i maggiori centri furono quelli indicati dallo storico greco e dove l’insediamento fenicio sembra svolgersi in un clima di pacifica contiguità con le popolazioni locali.

In un primo momento queste colonie erano concepite come empori commerciali ed erano situate a breve distanza tra loro per facilitare gli scali e gli scambi ed erano, inoltre, dotate di un porto e spesso di un bacino di carenaggio. Solo dalla seconda metà del VI secolo a.C. gli empori verranno trasformati in città fortificate per ragioni di sicurezza e protezione ossia nel momento in cui i greci tenteranno di espellere i Fenici dalla Sicilia.

I maggiori centri fenici in Sicilia erano Mozia, Solunto, Palermo, Lilibeo (l’odierna Marsala). Consistenti elementi di cultura punica sono presenti anche a Selinunte, Monte Adranone e Pantelleria. Erice, Trapani, Favignana e le Isole Egadi, l’Emporium Segestanum (l’attuale Castellammare del Golfo), Cefalù, Salemi, Sciacca e Mazara del Vallo sono solo alcuni dei centri che assicuravano ai Fenici i legami con le popolazioni siciliote, indigene e greche presenti contemporaneamente sul territorio.

 

Marsala                   

Anche i Fenici abitavano qua e là per tutta la Sicilia, dopo aver occupato i promontori sul mare e le isolette vicine alla costa per facilitare i rapporti commerciali con i Siculi. Quando poi vennero d’oltremare in gran numero i Greci, essi sgombrarono la maggior parte del paese e si concentrarono a Mozia, Solunto e Palermo, dove abitarono vicino agli Elimi rassicurati dall’alleanza degli Elimi stessi e dal fatto che questa punta di Sicilia distava pochissimo da Cartagine.”

 

Fra i tre abitati menzionati da Tucidide nelle sue Storie (6,2,6) Mozia è di certo il meglio conosciuto e conservato.

Situata all’interno di uno specchio di mare noto come Stagnone di Marsala, Mozia fu fondata dai Fenici intorno agli ultimi decenni dell’VIII sec. a.C. sull’isola poi detta di San Pantaleo. Topograficamente rappresenta al meglio i criteri che caratterizzano i principali stanziamenti fenici: si presenta infatti come una piccola isola vicina alla costa, circondata da acque basse e tranquille, facile da difendere da attacchi in caso di guerra e facile attracco commerciale in tempo di pace.

Anche l’urbanistica è esemplare dei centri fenicio - punici: un collegamento con la terraferma tramite una strada che congiungeva l’isola con la località di Birgi; una spessa cinta muraria che circondava interamente l’isola ed era rafforzata da una serie di torri; un porto naturale e un bacino di carenaggio artificiale; una serie di edifici civili e di impianti per la fabbricazione di laterizi, vasi e per la concia e tintura delle pelli; edifici templari ed aree di culto molto evoluti e caratterizzati; ricche necropoli. L’evoluto impianto moziese ha restituito, inoltre, notevoli quantità di reperti mobili, che si conservano in parte al Museo nazionale di Palermo, in parte in quello locale.

Non possediamo dati storici puntuali poiché le principali fonti sono indirette e spesso non verificabili e quindi attendibili; la notevole presenza di documenti archeologici e epigrafici ci consente certo di conoscere per grandi linee le vicende, gli usi, aspetti della vita economica, sociale e religiosa ma tali reperti spesso non sono riconducibili ad eventi storicamente noti. Non ci sono rilevanti notizie relative a Mozia fino al 397 a.C. anno dell’assedio della piccola isola da parte del tiranno di Siracusa, Dionisio. Implicata nelle contese greco-puniche per il dominio su tutta la Sicilia, sarà riconquistata dai cartaginesi l’anno successivo ma non recupererà l’antica funzione ed estensione dell’abitato in quanto gli abitanti, per la maggior parte, si erano rifugiati ed insediati nel prospiciente promontorio di Capo Lilibeo. In seguito alla sconfitta punica nella Battaglia delle Egadi del 241 a.C., che segnò la fine della prima guerra punica, Mozia passò come tutta la Sicilia sotto il dominio romano.

Gran parte del merito della riscoperta e della divulgazione dei risultati degli scavi va a Giuseppe Whitaker appartenente ad una ricca famiglia anglo-siciliana. Durante gli scavi promossi dal  Whitaker nei primi decenni del XX secolo furono scoperte la necropoli arcaica, la “Casa delle anfore”, la “Casa dei mosaici”, alcuni tratti della cinta muraria, numerose iscrizioni votive, statuette, monete ed opere rinomate in tutto il mondo come la scultura lapidea conosciuta come “il giovane di Mozia”. In località detta “Cappiddazzu” è stato rinvenuto anche un santuario di tipo fenicio- punico e il Tofet, santuario in cui si dice si depositassero le ceneri dei bambini offerti alle divinità. Gli scavi continuano ancora ed hanno contribuito alla conoscenza della cultura materiale e artistica fenicio- punica in Sicilia, rendendo Mozia un luogo chiave per gli studi fenicio-punici.

 

Castellammare del Golfo

Nell’area abitata occupata dal comune di Castellammare è stato univocamente identificato dagli studiosi l’emporio segestano ricordato da autori antichi come Strabone, Polibio, Cicerone.

Al centro del golfo più ampio della Sicilia, con abbondanza di sorgenti di acque dolci, circondato da un territorio molto fertile sorgeva un porto molto importante per i traffici e le rotte di cabotaggio fra Palermo e Mozia. Porto che consentiva alla città elima di Segesta di avere un importante sbocco sul mare. Il legame fra la città elima ed il suo emporion sembra riproporre il dualismo che si era instaurato fra la città-santuario elima di Erice ed il suo porto, l’antica Trapani di età indigena e fenicio-Punica. I fenici, come ci ricorda Tucidide, in virtù dell’alleanza politica con gli Elimi dovettero di certo frequentare l’Emporium segestanum la cui conformazione naturale si attaglia perfettamente ai luoghi frequentati ed abitati dai Fenici.

In epoca del dominio cartaginese su Segesta l’emporio crebbe di importanza strategica e commerciale. L’attuale toponimo della cittadina è attestato nei documenti dal XIII secolo d.C., ed è dovuto alla presenza, proprio al centro dell’ampio golfo su di un rilievo in riva al mare, di un castello fortificato di epoca precedente alla conquista normanna e già attestato nel 1155 dal geografo arabo Idrisi.

 

Castelvetrano

Tracce significative testimoniano la presenza in questa area di un insediamento risalente all’età del bronzo(XX-XVII sec. a.C.) e di una frequentazione dell’area anche da parte degli abitanti di etnia e cultura sicana preesistenti ai greci. Selinunte, fondata nella seconda metà del VIII sec. a.C. da coloni greci provenienti da Megara Iblea in un luogo che fungeva da cerniera fra Greci, indigeni e Punici, fu per due secoli florida e potente mantenendo solidi rapporti commerciali con Cartagine. A parte le continue liti di confine con Segesta, qui si stabilizzarono accanto all’originaria anima filo-greca usi, costumi e mode tipicamente punici. Per questo il suo sviluppo artistico è più articolato ed originale delle altre colonie greche della Sicilia orientale. Rapidamente la città si estese impadronendosi di un vasto territorio interno dove le odierne località di Salemi, Partanna, Santa Ninfa, Poggioreale e Salaparuta segnavano il confine con Segesta mentre sul versante orientale il confine con il territorio agrigentino era dato dalle Terme selinuntine (l’odierna Sciacca).

Le fonti ci parlano di un atteggiamento filo-cartaginese che però venne meno quando nel 409 a.C. i segestani chiesero aiuto ai Cartaginesi contro Selinunte. Da allora Selinunte passò sotto il dominio cartaginese e vi rimase pur con alterne vicende fino al 250 a.C. Alla fine del III sec. a.C. i Cartaginesi la rasero al suolo e i sopravvissuti furono trasferiti a Lilibeo; piccole comunità ne frequentarono l’acropoli in epoca bizantina e araba, poi di Selinunte si perse il ricordo ed il nome e venne chiamata “Casale degli idoli” o “Terra di li punici”.

La sovrapposizione di elementi punici alla preesistente facies architettonica greca è ravvisabile nell’assetto urbanistico della città, nella tipologia dei luoghi di culto, nei caratteri dell’edilizia domestica e nell’influenza dell’artigianato punico sulla  produzione locale. L’antica necropoli viene trasformata in un vero e proprio quartiere abitativo con la realizzazione di una rete viaria e di una serie di insulae abitative che presentano caratteri distintivi punici come la tecnica costruttiva a “telai” e la presenza sul pavimento di una casa del segno di Tanit e di due caducei. Notevoli le trasformazioni dei luoghi di culto relative al periodo punico, alcuni complessi vengono edificati ex novo, altri già esistenti presentano tracce consistenti di culti punici. Numerose sono le testimonianze dirette del periodo punico fra le quali particolare importanza hanno le stele e numerosi oggetti dell’artigianato che mostrano un’influenza punica precedente, in svariati casi, alla conquista vera e propria della Selinunte greca. 

 

 

Erice

La posizione elevata e la forma triangolare di piattaforma che domina il mare interessò fin dall’antichità la frequentazione di vari popoli come testimoniano vari reperti rinvenuti sul territorio ericino. Fondata dagli Elimi, popolazione anellenica che si sostituì alla precedente frequenza di genti sicane, Erice crebbe e divenne centro religioso e politico di un territorio esteso sino a Segesta e ad Entella (attuale Contessa Entellina). Fra l’VIII e il V sec. a.C. fu centro della colonizzazione fenicia. La presenza fenicia che si identifica nel tempio dedicato ad Astarte (riportato spesso nelle fonti antiche anche per la sua equivalenza in epoca greca e romana) integra quella elima e con questa si confonde e sovrappone come si può verificare nelle esigue testimonianze di epoca punica visibili ossia le mura e la necropoli rinvenuta in località Piano delle Forche.

L’Erech dei punici fortificata da possenti mura diventa sotto l’influenza cartaginese una fortezza indispensabile per il dominio su tutta la pianura. Il dominio cartaginese durerà, tranne dei brevi periodi di conquista da parte di altri popoli (i siracusani con Dionisio nel 398-97 a.C. ed i greci guidati da Pirro nel 278 a.C.), fino al 241, anno in cui i romani sconfiggono i Cartaginesi nella famosa battaglia delle Egadi e il territorio di Erice passa sotto il dominio romano.

Da saggi e ricerche effettuati sulle mura ciclopiche che circondano Erice per circa 800 metri, è emerso che furono realizzate in momenti diversi. Una prima fase, elima (VII-VI sec. a.C.) vide la costruzione delle assise inferiori delle torri megalitiche, la seconda, che si identifica con il periodo di dominio cartaginese della città (VI-III sec. a.C.) vide il completamento di questo poderoso sistema murario con la costruzione di torri e cortine intermedie composte da blocchi squadrati e segnati con lettere dell’alfabeto fenicio ancora visibili in alcuni punti. Sul luogo dove oggi sorge il castello normanno i Fenici avevano posto un santuario dedicato ad Astante: il culto che vi si praticava trova origine in culti elimi e si perpetuerà nel tempo divenendo il santuario di riferimento per il culto di Venere ericina in epoca greca e romana. L’area, purtroppo non conserva che pochi resti sia della fase punica che delle numerose riedificazioni romane.

 

 

Santa Flavia

Sul monte Catalfano, un alto promontorio simmetricamente disposto rispetto all’odierno monte Pellegrino (il famoso Ercte)  a circa 20 km ad est di Palermo, nel comune di Santa Flavia, si trovano le rovine dell’antico centro di Solunto. Il nome di Solunto, dal greco Solus (in latino Soluntum), deriva probabilmente da un vocabolo semitico che significa “rupe” e corrisponde al fenicio Kfr’ (kafara cioè villaggio) attestato su delle monete e che ne indica la vocazione di scalo commerciale. La datazione del sito che per la sua complessità fu definito da Adolf Holm, autorevole storico della Sicilia antica, una «Pompei in piccolo», si colloca fra la seconda metà del IV e la fine del II sec. a.C.

Sondaggi condotti in profondità sul monte Catalfano hanno evidenziato l’assenza di tracce di occupazione anteriori al IV sec. L’impianto oggi visibile sul monte Catalfano non corrisponde, però, alla città ricordata da Ecateo da Mileto e successivamente menzionata da Tucidide che ne data la fondazione, insieme a Mozia e Palermo, al tempo della prima colonizzazione greca (VIII sec. a.C.). Il problema della localizzazione della Solunto di Tucidide ha fatto avanzare agli studiosi diverse ipotesi. Verosimile è ritenere che l’impianto edilizio sul monte Catalfano sia da attribuirsi al periodo successivo alla distruzione dell’emporion fenicio operata dai siracusani nel 397 a.C., in maniera analoga agli avvenimenti che portarono gli abitanti di Mozia, in seguito all’occupazione greca della loro terra, a fondare sull’antistante Capo Lilibeo un nuovo insediamento. Allo stato delle conoscenze attuali sembra che la Solunto di Tucidide sia da localizzarsi sul Capo Sòlanto nei pressi dell’attuale abitato dove, infatti, sono stati ritrovati resti di abitazioni ed un complesso sistema di fornaci per la fabbricazione della ceramica. La presenza di una fornace di grandi dimensioni di tipo Siro-palestinese documenta l’attività polifunzionale di Kfr che si sostanziava nella pesca (famosa è la tonnara di memoria fenicia che si trovava qui), nella lavorazione del pescato e nella creazione di anfore e stoviglie per la conservazione del pescato. Durante il periodo della pre-colonizzazione (XI-VIII sec. a.C.) sembra che Solunto costituisse uno scalo provvisorio e tecnico lungo le rotte che collegavano la Fenicia alla Spagna. Successivamente nel momento in cui i Fenici stabilirono una colonia e diventarono nel corso del IV sec. attivi collaboratori della potenza cartaginese il sito acquisì una notevole importanza per il controllo del basso Tirreno. Il centro rimase abitato fino alla conquista romana nella seconda metà del III sec. a.C.

Caratteristico dell’impianto oggi visibile, le cui forme sono prevalentemente elleniche e romane, è l’assetto urbanistico ippodameo caratterizzato dalla regolarità degli isolati (insulae) e dallo sviluppo ortogonale lungo un asse principale. Strette strade si collegano alla principale, superando il forte dislivello della collina sul quale il sito si trova, attraverso delle gradinate che isolano i quartieri abitativi e tra cui si inseriscono delle condotte per lo scolo e la raccolta delle acque piovane. La caratterizzazione della Solunto punica si lega in primo luogo alle strutture edilizie di carattere religioso (alcuni reperti, come l’altare a tre betili, testimoniano la persistenza di riti e culti punici nel tessuto culturale della Solunto più tarda) e alla molteplice produzione artigianale pervenutaci. Il rinvenimento di una necropoli nei pressi della stazione ferroviaria di Santa Flavia arricchisce di dati e conoscenze le notizie sulla struttura e sulla cronologia dell’antico centro abitato ma soprattutto testimonia la precoce frequentazione fenicia di quest’area. 

 

Pantelleria

L’isola di Pantelleria, all’incrocio di antiche rotte tra Africa e Sicilia e tra oriente ed occidente ha avuto un notevole rilievo fin dall’antichità. Essa viene citata dalle fonti antiche che ne ricordano l’ubicazione a metà strada fra Cartagine e Lilibeo, ad un giorno di viaggio dalla costa africana ed uno dalla Sicilia. La sua posizione al centro del canale di Sicilia fu di certo fra i motivi che spinsero i marinai fenici, intorno al VIII sec. a.C., ad insediarvi uno scalo stabile. L’isola era di certo già conosciuta dai Fenici trovandosi sulla frequentata rotta verso il Mediterraneo occidentale e veniva chiamata con il nome fenicio di Yrnm, Yranim o Kyranim.

 

L’importanza di Pantelleria si accresce con l’avvento di Cartagine quale grande potenza sul mare e soprattutto durante le vicende belliche che videro i Cartaginesi scontrarsi prima con i Greci e poi con i Romani durante le guerre puniche. Fino al 217 a.C., anno della definitiva conquista romana, Pantelleria, pur ricadendo in pieno nella sfera d’influenza punica, batte una propria moneta e possiede una flotta da guerra con equipaggi propri. Le ricerche archeologiche nell’isola, iniziate alla fine del XIX sec. d.C., sono state riprese dalla Soprintendenza di Trapani con le Università della Basilicata e di Greiswald nel 2000 e hanno permesso di raccogliere dati importanti sulle frequentazioni riscontrabili sull’isola e chiarire elementi importanti del periodo fenicio-punico.

 

È ai Fenici che si deve la prima impostazione del porto. L’isola era uno dei pochi posti nel Mediterraneo dove si produceva e commerciava l’ossidiana, una pietra utilizzata fin dal Neolitico per ricavarne lame taglienti e coltellini e che nel periodo fenicio viene commerciata come bene di lusso per la creazione di monili.

L’impostazione del porto, ancora oggi usato, ha caratteristica forma a Y (che consente di proteggerne l’imboccatura dai frangenti) e testimonia la perizia dei marinai fenici nella costruzione di porti artificiali che si integrino con le condizioni naturali della costa.

Attualmente gli scavi si sono concentrati nell’area della collina di San Marco per permettere di chiarire la funzione e la cronologia delle strutture emerse nonché l’organizzazione dello spazio urbano di questo importante centro punico-ellenistico-romano.

Dalla disamina dei reperti emersi si pensa di poter individuare sulla collina di San Marco e Santa Teresa fino al porto attuale, la zona dove sorgeva l’antica capitale di Cossirya dall’epoca punica a quella romana imperiale.

 In questo contesto sono imputabili al periodo punico le svariate cisterne presenti sul territorio che dovevano far parte di un complesso ed intercomunicante sistema idrico. Scavate nella roccia, anche a notevole profondità, erano rivestite di malta idraulica ben allettata che serviva ad impermeabilizzarle.

 

Nelle ricerche archeologiche effettuate alla fine del XIX sec. d.C. si era individuato un luogo di culto di cui oggi non vi è più traccia nei pressi di Bugeber o Bagno dell’acqua (oggi conosciuto come Specchio di Venere). I reperti attestano la presenza in quel luogo di un santuario risalente alla prima fase dell’occupazione fenicio-punica con ogni probabilità dedicato alla loro dea della fertilità Isthar-Astarte. Questi materiali anche se estremamente eterogenei negli stili presentano un tema iconografico comune cioè protomi femminili in varie pose da identificare con la fenicia Isthar. È stato ipotizzato che questo santuario fosse dedicato ad Astarte nel suo attributo di Stella del Mattino (Venere) e, come tale, protettrice e guida dei naviganti. Questo spiegherebbe l’eterogeneità di stili dei manufatti votivi probabili doni dei marinai di ogni etnia mediterranea di passaggio sull’isola. Nell’isola Isthar diventerà nel tempo punico Tanit, il cui simbolo verrà impresso sulle monete e durante il dominio romano diventerà Iside conservando le sue peculiarità di divinità marinara.

 

Valutando nel suo insieme la presenza fenicio-punica a Pantelleria si può dire che l’insediamento risulta maggiormente sviluppato in epoca punica ed anche allora prevalentemente usato come scalo durante la navigazione anche se i reperti proveniente da Bugeber indicano una consistente presenza fenicio-punica sull’isola ed il perpetuarsi di tradizioni religiose che dai fenici si sono trasmesse ai popoli che in questa terra hanno in seguito vissuto.

 

Favignana-Isole Egadi

L’arcipelago delle Egadi è composto da Favignana, Levanzo, Marettimo, oltre che dalle piccolissime Formica e Maraone. Sono fra le isole minori  quelle più vicine alla Sicilia  ma i Fenici non dovettero considerarle luoghi ideali per insediamenti stabili, tuttavia le usarono come capisaldi saltuari per le rotte commerciali e come basi di carattere strategico- militare in virtù della posizione privilegiata lungo le rotte fra Roma e l’Africa e della vicinanza con Mozia. In particolare risulta documentata per Aegusa- Favignana la presenza fenicio-punica dove sono state trovate anfore fenicie a siluro e tombe di tipo punico( in una di esse è stata ritrovata una iscrizione del II sec. a.C.). Le Egadi fecero da scenario nel 241 a.C., a largo di Favignana, alla battaglia decisiva della prima guerra punica e la leggenda racconta che Cala Rossa prese il nome dal sangue versato, in quel luogo, dai Cartaginesi sconfitti dai Romani.

 È molto probabile che fin dall’antichità la pesca ed in particolare quella del tonno fosse la    principale ricchezza delle Egadi. Sono stati ritrovati a Levanzo resti di un antico stabilimento per la lavorazione del pescato ( Cala Minnola, con ceramica dal III a. C. al II d.C.) ed è molto probabile che uno simile stabilimento fosse presente anche a Favignana come testimoniano i rinvenimenti a cala San Nicola.

 

 

Sambuca di Sicilia

La storia dell’insediamento, situato nei pressi dell’odierno abitato di Sambuca di Sicilia, è in gran parte determinata dalla sua posizione geografica in un’area di contatto tra i Sicani, gli Elimi ed i Fenici, fra centri fortificati a guardia di un territorio perennemente conteso.  La città venne fondata da coloni selinuntini intorno alla seconda metà del VI sec a.C. sui resti di un villaggio indigeno protostorico . Gli scavi hanno mostrato che l’abitato greco, risalente al VI sec. a.C., sorgeva su una serie di terrazzamenti, il più elevato dei quali ospitava l’acropoli. Tutto l’abitato era cinto da mura che integravano le difese naturali dell’altura. Dall’abitato si raggiungeva la necropoli, composta da tombe monumentali a camere ipogee (di particolare pregio è quella denominata “tomba della Regina”) e tombe a cassa costruite con piccoli blocchi di pietra.

La città subisce a partire dal IV sec. a.C. un processo di punicizzazione che si sovrappone alla facies greca ma senza sostituirla completamente. Tale processo è imputabile alla distruzione della città durante il V sec. da parte dei Fenici in connessione con la caduta di Selinunte del cui territorio Monte Adranone faceva parte. Il centro abitato, che andrà identificato nell’Adranon di cui parla Diodoro Siculo in relazione a vicende della prima guerra punica, fu ricostruito nei primi decenni del IV sec. sulle rovine della città distrutta con caratteri diversi dai precedenti ma adeguati ai bisogni organizzativi tipici dei centri militari punici. La preesistente cinta muraria fu riedificata e potenziata con bastioni e contrafforti ed un anello murario venne posto all’interno a protezione dell’acropoli. Nell’acropoli furono attuati i maggiori interventi: qui fu costruito un grande santuario in cui dovevano svolgersi i riti nelle principali ricorrenze religiose della tradizione punica. Nella zona posta sotto l’acropoli (secondo una scelta costante dell’urbanistica di matrice fenicio-punica) si trova un complesso monumentale con un altro santuario nel quale sono state ritrovate molte monete di zecca punica e siculo-punica probabili tributi votivi.

Nel complesso le testimonianze presenti a Monte Adranone, che a partire dal III sec. viene abbandonata e disabitata, danno l’impressione che i conquistatori cartaginesi abbiano voluto dare una forte prova del loro dominio sulla città intervenendo sull’aspetto urbanistico e sugli edifici religiosi. Tuttavia è plausibile che fossero tolleranti nei confronti degli abitanti del luogo consentendogli di continuare a coltivare le proprie tradizioni di vita civile e religiosità domestica. Questa forma di dominio politico è visibile anche in altri siti della zona influenzando non solo l’aspetto urbano ma anche la produzione artistica dove i caratteri della plastica punica si incontrano con elementi iconografici greci e forme dell’artigianato indigeno.  

 

Palermo

La città di Palermo, abitata fin da tempi remoti, nasconde il ricordo del passato sotto le vestigia della città moderna. La fondazione della città, che Tucidide annovera fra le più antiche colonie fenicie della Sicilia insieme a Mozia e Solunto, va posta nell’ultimo quarto del VII sec. a.C. nel momento in cui i greci arrivati in massa in Sicilia ne avevano occupato la parte orientale e avevano costretto i Fenici a ritirarsi dalle loro basi disseminate lungo tutto il perimetro della Sicilia per concentrasi nei tre centri di Motie, Solunto e Panormo. Per il ricco entroterra e la sicurezza degli approdi, visto l’appoggio degli Elimi loro alleati e la vicinanza di Cartagine, la città fu scelta, in un primo momento, come emporium, cioè come centro di scambio di merci ed in seguito alla colonizzazione greca come colonia stabile.

Ben poche sono le notizie sulla Palermo antica, Panormo è infatti il nome greco della città che significa “tutto porto” in evidente relazione con la topografia urbana e la conformazione del suo porto. Non ne conosciamo il nome punico, che in passato si pensava potesse corrispondere alla legenda sys che compare, su di una moneta di emissione punica ritrovata nella necropoli della città, accanto alla dicitura Panormo. Studi recenti hanno mostrato che tale legenda indica l’intero territorio siciliano sotto la dominazione punica. L’aspetto attuale della città con le stratificazioni che sono intercorse rende difficile definire con precisione i contorni e l’aspetto dell’antica struttura urbana.

Dagli scavi si è dedotto che il primo insediamento risalente al VIII sec. a.C. doveva sorgere in un’area tra i torrenti Kemonia e Papireto. Il porto doveva trovarsi nell’area dell’attuale piazza Caracciolo e l’abitato, denominato Paleapolis nella fase più antica, era limitato tra Palazzo dei Normanni e le piazze della Vittoria, delle caserme e dell’Arcivescovado. Lo sviluppo urbanistico della Palermo punica è databile al VI sec. e si discosta dalla Paleapolis orientandosi verso il mare. La Neapolis si distaccava dall’antico nucleo cittadino per via di una vasta zona adibita a necropoli e la struttura urbana sembra si sviluppasse intorno ad un asse longitudinale centrale (corrispondente all’attuale corso V. Emanuele) con strade a pettine ai lati. La città viene dotata di una cinta di mura che la circondano interamente e di 4 porte maggiori in corrispondenza del porto, dei due fiumi e della necropoli. La più consistente testimonianza ancora visibile della presenza punica nella città è costituita proprio dalle mura, i cui rifacimenti vanno dal VI-V sec. fino al Medioevo. Esse sono costituite da grandi blocchi disposti senza uso di malta  dove si notano la presenza di segni incisi, da intendersi come marchi di cava o segni di assemblaggio. Al di sotto della sala del Duca di Montalto, presso Palazzo dei Normanni, è possibile vedere un vasto tratto delle mura e delle fortificazioni di epoca punica tra cui una porta e una postierla con torri angolari. Nel periodo punico è probabile ci fosse un tofet. Un’iscrizione dedicata a Tanit e Baal Hammon ne è la prova. Si pensa che l’area sacra vada localizzata alle pendici dell’odierna riserva del Monte Pellegrino. In questo contesto è stato attivato un “sentiero punico-bizantino” che si snoda lungo la riserva. Al periodo compreso fra il VII e il III sec. a.C. risale la vasta necropoli ipogea ricca di corredi che, per il numero elevato di sepolture, è il maggiore documento della Palermo punica. Presso il Museo archeologico “A. Salinas” è possibile ammirare il materiale mobile proveniente dalla necropoli ed i reperti di epoca fenicio punica provenienti da tutta la Sicilia (tranne le collezioni di Mozia ed Erice che sono parzialmente in loco).

 

Trapani

Antico centro della Sicilia occidentale, situato sull'omonimo promontorio, Trapani deriva il suo nome dall'antico ellenico δρεπανη (falce), per via delle caratteristiche baie a forma di falce che si susseguono sulla stretta lingua di terra prospiciente il sovrastante Monte Erice. La località fu probabilmente utilizzata inizialmente come porto da parte degli Elimi abitanti nella vicina Eryx (l'odierna Erice), e successivamente ingrandito e sviluppato dai Cartaginesi.

All'inizio della prima guerra punica il generale cartaginese Amilcare fece fortificare il promontorio posto nella penisola alla fine della baia più estesa e dotata a meridione di un profondo e vantaggioso porto naturale e vi trasferì una parte degli abitanti di Eryx. La scelta si rivelò azzeccata e verso il 250 a.C. Drepanon era una delle ultime due roccaforti Cartaginesi in Sicilia assieme a Lilybaeum (l’attuale Marsala). Dacché quest’ultima era assediata dai Romani il generale Aderbale, prima di tentare di rompere l'assedio, decise di portare le sue nuove truppe ad addestrarsi all'ombra del Monte Erice. Qui fu invece colto dall'attacco a sorpresa del console romano Publio Claudio Pulcro. Nello scontro che seguì Aderbale mostrò però una chiara superiorità strategica e seppe sfruttare al meglio i propri vascelli infliggendo alla flotta consolare romana una tremenda sconfitta: il console, vista la situazione irrecuperabile, pensò bene di ritirarsi con appena una trentina di navi, mentre i Cartaginesi ne catturavano 93, affondando le rimanenti e prendendo prigionieri migliaia di Romani. Le sorti della guerra parvero quindi arridere ai Cartaginesi che, riconquistata Eryx, ne trasferirono i rimanenti abitanti in una ancor più grande e fortificata Drepanon. Nel 242 a.C. però il console Lutazio Catulo riuscì a cingerla d'assedio e fu proprio per via del fallito tentativo da parte di Annone e di Amilcare di rompere questo assedio che i Cartaginesi subirono la rovinosa sconfitta della battaglia delle Egadi (241 a.C.) che pose definitivamente termine alla prima guerra punica, senza che però Drepanon fosse mai effettivamente espugnata.

Entrata quindi nell'orbita romana, Drepanon, quantunque raramente attestata, divenne una fiorente città commerciale, grazie soprattutto al porto, alla sua posizione geografica al centro delle rotte mediterranee ed alle caratteristiche attività di estrazione del sale marino, intrapresa a suo tempo già dai Fenici, e della lavorazione del corallo, quest'ultima già citata da Plinio; tutte qualità che nel corso successivo della storia le consentirono di soppiantare Lilybaeum nel ruolo di centro più importante della Sicilia occidentale.

La morfologia peculiare dell'area geografica e la vicinanza con Eryx ne fecero ben presto un topos letterario piuttosto ricercato, sia dagli autori di storie mitologiche, che vi individuarono il luogo di sepoltura delle leggendarie falci degli dei Crono e Saturno, sia dagli autori di storie connesse al ciclo Troiano, tra i quali il grande Virgilio, che nell'Eneide ambientò qui la morte di Anchise ed i successivi giochi funebri celebrati in suo onore dal figlio Enea.

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Immagini tratte dall'archivio fotografico APT Trapani, Min. Affari Esteri Malta, Direzione Rotta dei Fenici - Credits: Eureka Software