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UN POPOLO DI NAVIGATORI “ I FENICI”
I Fenici furono abilissimi navigatori che riuscirono a dettare legge sul mare per gran parte del primo millennio a.C. grazie alla loro imponente flotta di navi da guerra e commerciali. Le cause che resero queste popolazioni rivierasche del Libano le più abili del loro tempo, sul mare, sono da ricercarsi sia nell’esiguità del loro territorio, sia nelle continue scorrerie, nelle devastazioni e nelle gravose imposizioni di tributi che venivano inflitte dalle città-stato dai sovrani mesopotamici. La loro patria era priva di risorse minerarie che essi cercarono e trovarono anche nelle terre più lontane. I Fenici erano anche ottimi mercanti e associarono questa loro abilità con la sempre assidua ricerca di nuove vie di sbocco per i loro traffici.
Le stazioni commerciali
I naviganti fenici intervallavano la navigazione con lo scalo di una serie di fondaci che fin dalla loro origine ebbero la triplice funzione di riparo per i natanti, di stazione commerciale per l’esportazione dei loro manufatti verso i mercanti dell’entroterra e, infine, di centro di raccolta dei prodotti locali destinati alla madre patria.
Alcuni di questi fondaci nel tempo divennero vere e proprie città fortemente proiettate sul mare e rivestirono un grande ruolo nei commerci mediterranei. Nella crescita e fortuna di questi centri un ruolo vitale  ebbero i rapporti con gli indigeni, la posizione geografica  e la capacità imprenditoriale degli abitanti.
Tra questi primitivi fondaci  assurti al rango di empori internazionali ricordiamo Mozia in Sicilia, Cagliari, Sulcis e Tharros in Sardegna, Pantelleria e Malta e, infine, assurta al ragno di capitale di un immenso impero commerciale, Cartagine, eretta in posizione strategica a cavallo tra le due metà del Mediterraneo.
Alla scoperta di nuove rotte
Il successo della marineria fenicia era basato sulla reale abilità nella navigazione, ma anche sulla consolidata capacità di interagire commercialmente anche con genti ostili o comunque ignote.
A tal proposito è illuminante un  passo di Erodono ( IV, 196):
“ I Cartaginesi raccontano anche questo, che vi è una regione della Libia e uomini che la abitano, al di là delle colonne d’Ercole. Quando siamo giunti tra questui e abbiamo scaricato le mercanzie, dopo averle esposte in ordine lungo la spiaggia risalgono sulla nave e alzano una fumata. Allora gli indigeni vedendo il fumo vanno al mare e poi in sostituzione delle mercanzie depongono oro e si ritirano lontano dalle merci. E i Cartaginesi sbarcati osservano e se l’oro sembra loro degno delle mercanzie lo raccolgono e si allontanano, se invece non sembra degno, risaliti sulla nave di nuovo attendono; e quelli, fattisi avanti, depongono altro oro finché li soddisfino. E non si fanno torto a vicenda perché né essi toccano l’oro prima che quelli l’abbiano reso uguale al valore delle mercanzie, né quelli toccano le merci prima che gli altri abbiano preso l’oro”.
La storia assegna ai fenici il primato nella gestione delle rotte commerciali mediterranee nel tempo, ma in più occasioni andarono oltre le Colonne d’Ercole.
Si spinsero in Sardegna per il rame e per il piombo;l’oro e l’argento gli attrassero in Spagna e non esitarono a doppiare la penisola iberica per raggiungere lo stagno che si trovava in Inghilterra, nel tentativo di aprire una nuova via commerciale per questo minerale in alternativa a quella continentale, attraverso la Francia.
Sempre al fine di scoprire nuove rotte e più proficue fonti di commercio, i fenici intrapresero viaggi lungo le coste dell’Africa che ancora nel XVI secolo d. C. destavano perplessità e timori nei più arditi navigatori italiani e portoghesi.
La notizia del presunto arrivo di una nave fenicia a Parahjba, cittadina brasiliana posta all’estrema punta orientale del continente sudamericano, è invece del tutto infondata; la presunta iscrizione fenicia ivi rivenuta – nota unicamente attraverso una copia – è un falso da attribuire ad un erudito degli ultimi anni dell’ ottocento in vena di scherzi.
Le navi onerarie
Le navi onerarie di Cartagine erano lunghe tra i venti e i trenta metri, con una larghezza compresa tra i cinque e i sette metri, e un pescaggio di circa un metro e mezzo.
Tra le navi onerarie ricordiamo quelle chiamate dai Greci gauloi  a causa della rotondità della loro carena che, con il loro rapporto di  4 a 1 tra lunghezza e larghezza, garantivano la massima stabilità nelle intemperie insieme  con un’ottima capacità di carico. La poppa era tondeggiante e culminava con un fregio  a coda di pesce o a voluta, così come la prua, anch’essa curvilinea terminante con l’aplustre, un fregio zoomorfo rappresentante la testa di un cavallo. Sullo scafo, alle spalle della prua, erano raffigurati due occhi che, nell’intenzioni, dovevano permettere alla nave di vedere la rotta e dovevano incutere terrore ai nemici. L’unico mezzo di propulsione di questo tipo di navi era la vela, fissata ad un unico albero.
Il governo della nave era assicurato al timone costituito da un remo con pale asimmetriche molto ampie, che era fissato sul lato sinistro in prossimità della poppa. Sul ponte della nave, sempre attraverso la parte poppiera, sorgeva il castello che offriva riparo all’equipaggio e conteneva le attrezzature necessarie per la navigazione tra cui la cucina di bordo. L’equipaggio di queste navi raramente superava i venti uomini, poiché la navigazione a vela non richiedeva il maggior numero di marinai.
Le navi da guerra
Le navi da guerra erano più filanti, con un rapporto lunghezza-larghezza di circa 7:1. Erano di diversa dimensione e si passava dagli agili “ avvisi- scorta” alle gigantesche pentere. La carena era fortemente convessa ed era protetta, per tutta la superficie dell’opera viva, da una fasciatura di piombo tenuto insieme con chiodi di rame o di piombo; tra questo ed il fasciame era distesa una coltre bituminosa che contribuiva a rendere stagna la neve. Sulla prua era fissato il rostro; ai bordi erano dipinti gli occhi in prossimità dei fori per le cime delle ancore. Il castello di prua proteggeva gli arcieri e le catapulte. A poppa il cassero era destinato all’alloggio degli ufficiali, Erano dotate di due timoni e di due alberi dei quali uno al centro che imprimeva alla nave la propulsione ed uno a prua per governare con i venti al traverso. Durante la battaglia si abbandonava la propulsione velica, che serviva soltanto per l’avvicinamento, e si passava all’azione dei rematori, dopo aver rimosso l’ albero dal suo alloggiamento. E’ interessante ricordare che l’equipaggio delle navi da guerra non aveva mercenari.  
Le flotte erano costituite da più squadre di dodici navi. La tattica di combattimento poteva essere di passaggio rapido attraverso le file nemiche con successiva virata ed attacco al nemico di poppa (diecplus), o di attacco ai fianchi con sperone ( periplus).
L’unico esempio di nave non mercantile fenicia finora conosciuta è la ben nota nave di Marsala che, per le dimensioni ridotte e per l’assenza del rostro, può considerarsi una nave di avvistamento.
La fine del predominio sul mare
La potenza Cartaginese sul mare, che allungo aveva resistito con successo nel contrasto alle varie marinerie greche, dovette soccombere di fronte ad un popolo che, paradossalmente, con il mare non aveva avuto nulla in comune, almeno nelle sue origini: i romani.
I romani copiarono le navi fenicie, ne studiarono le tecniche di navigazione ed infine, sintetizzarono meravigliosamente terra e mare, riuscirono a emerge anche nel conflitto navale decretando, con la vittoria di Lutezio Catulo, su Annone nella battaglia delle Egadi (241 a.C.), il declino irreversibile di Cartagine. Da quel momento divenne anche potenza marinara.
(Sebastiano Tusa)
 
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Immagini tratte dall'archivio fotografico APT Trapani, Min. Affari Esteri Malta, Direzione Rotta dei Fenici - Credits: Eureka Software